UNO SGUARDO ANTROPOLOGICO SULLE MIGRAZIONI

Lo sguardo che l’Antropologia offre per guardare il mondo che ci circonda è l’occasione di aprire la mente all’eterogeneo

Parlare di Antropologia è importante, anche se può sembrare fuorviante, perché lo sguardo che l’Antropologia offre per guardare il mondo che ci circonda è l’occasione di aprire la mente all’eterogeneo, alla molteplicità di possibilità che la vita ci mette davanti ogni giorno. È importante perché ci aiuta a considerare la diversità una possibilità valida quanto la nostra e perché ci allena a togliere stereotipi e pregiudizi nell’incontro con l’Altro. Ci aiuta a riflettere e a ripensare alle diverse culture di origine che da sempre si mescolano e si contaminano nell’incontro con l’Altro. Ci aiuta a considerare il fenomeno migratorio in maniera oggettiva e meno politicizzata.

Oggi la migrazione è un fatto molto discusso, un fatto di cui tutti parlano ma spesso i “discorsi” che l’argomento produce sono fondati esclusivamente sul punto di vista della società di arrivo, ovvero il nostro, occidentale e quindi fortemente condizionato. Ciò significa che questi discorsi sono manchevoli di una parte, cioè non considerano il momento storico e politico del paese da cui le persone partono e le loro esperienze, le loro origini.

Ma anche quando riusciamo ad essere consapevoli della presenza della persona come portatrice di esperienze e risultato di identità multiple, e anche laddove riusciamo a considerare la cultura come un processo stratificato e in divenire continuo, finiamo comunque per attaccarci alla “cultura di provenienza”, alle differenze, e ci ritroviamo a parlare dell’Altro senza lasciare a lui la possibilità di dirci chi è.

Il problema poi è che vi è una politicizzazione del fenomeno della migrazione che viene regolamentata sempre più con politiche restringenti di respingimento, con controlli sistematici degli ingressi e con la creazione di confini. Le leggi in vigore costruiscono purtroppo, gli immaginari in cui siamo immersi servendosi dei concetti di “sicurezza” e di “clandestinità” che ci fanno percepire il fenomeno come una minaccia nei nostri confronti, di cui avere paura. Ma non può diventare un merito il paese in cui nasciamo né il passaporto che ci ritroviamo.

Allora, forse, in questi giorni di commozione per le vittime di Cutro avrebbe senso interrogarci su quali sono le alternative possibili. Perché nonostante le morti nel Mediterraneo, le persone continuano a partire. Per cambiare vita, per una spinta vitale, per avere più chances di migliorarsi. E non possiamo/dobbiamo dimenticarci che anche gli italiani partono molto più di coloro che arrivano. E, con ogni probabilità, partiranno sempre più persone, perché il cambiamento climatico sta già rendendo inabitabili alcune parti di globo. Perché le risorse sono sempre più concentrate solo in pochi territori e perché la migrazione è strettamente connessa alla condizione umana. Siamo quindi pronti ad immaginare un mondo di viaggi legali? Perché questo sarebbe possibile, e magari renderebbe anche gli spostamenti meno irrimediabili, e le alternative di vita sarebbero davvero possibili. Perché non è sempre stato così, e le persone si sono sempre spostate nel corso della storia umana, senza morire di viaggio. È importante provare ad immaginare delle azioni diverse dalle attuali perché le persone si spostano e si sposteranno, nonostante le nostre politiche scellerate.

E allora l’Antropologia è importante perché ci aiuta a considerare il migrante come “simile”, come “a noi somigliante”. Ed è proprio su questo concetto di somiglianza che possiamo porre le basi per progettare una vera convivenza perché in questo concetto è inclusa anche la diversità: essere simili, infatti, non significa essere uguali, e questa è certamente una ricchezza!

L’identità delle persone si dovrebbe costruire insieme all’Altro, ma per farlo bisogna tradurre ciò in gesti politici, azioni di accoglienza, di contaminazione, per prendere atto del fatto che pensare alle “diversità culturali” è il nostro destino ed è qualcosa in cui siamo già immersi. È un lavoro educativo che presuppone un cambiamento culturale, lento, ma auspicabile, per un futuro migliore, per i diritti umani pienamente realizzati per tutti gli esseri umani presenti sulla Terra.
Vivere Cernusco nel suo piccolo, prova a ragionare su questi temi e lo fa tenendo a mente che agire localmente è importante per cambiare le cose a livello globale.

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